Made in Italy: da una startup arriva la scarpa che si indossa da sola

Made in Italy

Made in Italy e fashion, un binomio collaudato nella tradizione ma che sta conquistando l’interesse anche delle imprese innovative. Una startup sta per lanciare sul mercato una scarpa che si indossa da sola, senza che sia necessario chinarsi o usare le mani: un prodotto inizialmente pensato per chi ha difficoltà di movimento, ma che guarda anche alla platea di quanti vorrebbero semplificarsi la vita quotidiana, di chi è costretto ad andare di fretta e deve fare più cose contemporaneamente. Un prodotto anche bello esteticamente però, perché il Made in Italy ha grosse potenzialità, soprattutto sui mercati esteri.

Germania e Inghilterra i Paesi scelti per il lancio

Saranno Germania e Inghilterra i Paesi in cui verrà lanciata inizialmente tramite e-commerce la scarpa del futuro. Perché i primi test fatti attraverso il canale Made in Italy di Amazon li hanno indicati come i mercati più ricettivi e perché, dice Davide Colonnello, CEO di Tremosse ovvero della startup che ha acquistato il brevetto e che sta per commercializzarla “gli stranieri credono nel Made in Italy più di quanto ci crediamo noi italiani”. Al punto che sono disposti anche ad acquistare prodotti non certo a buon mercato (il costo di un paio di queste calzature si aggirerà sui 300 euro), perché ne apprezzano la qualità e l’originalità e noi italiani in questo siamo maestri nel mondo.

Made in Italy: produzione fatta a mano e alta qualità dei materiali

Le scarpe che si indossano da sole grazie all’utilizzo sinergico di tre componenti, i quali tenendo ferma la linguetta e causando lo spostamento all’indietro della parte posteriore permettono al piede di entrare in modo autonomo, sono prodotte a mano con materiali di alta qualità in un’azienda di Stra (provincia di Venezia).

Inizialmente verrà lanciata la linea Uomo, con due modelli e in due colori. L’inventore, da cui è stato acquistato il brevetto, aveva infatti avuto l’idea partendo da una sua necessità personale essendo una persona un po’ avanti con gli anni. Anche i primi test quindi sono stati fatti su un modello maschile, ma in futuro la startup prevede di ampliare il mercato con modelli rivolti a un pubblico femminile.

La produzione, in questa prima fase, sarà fatta sul venduto per evitare il rischio di eccedenze e problemi di logistica.

I fondatori di Tremosse e la loro idea di startup

Il nucleo storico (a cui successivamente si è unito Lorenzo Papalia, Responsabile della produzione) è costituito, oltre che da Davide Colonnello, 36enne laureato in Economia e Finanza, da Ivan Mocchio (Pubbliche Relazioni), Lorenzo Giacomini (Responsabile tecnico) e Loris Zoppelletto (consigliere). Insieme avevano in precedenza già dato vita ad altre imprese che spaziano dalla commercializzazione di integratori alla formazione, cosa che li ha facilitati molto anche nell’accesso al credito.

Per realizzare il loro progetto hanno infatti ottenuto un finanziamento da Banca Sella e successivamente hanno raccolto altri fondi da investitori privati conosciuti attraverso il Cashflow club di Milano.

L’idea di impresa  innovativa che li muove è però diversa da quella che il CEO di Tremosse sintetizza con “o la va o la spacca“, perché, afferma “la startup viene troppo spesso vista come un progetto ad alto rischio e si pensa che basti avere un’idea brillante e raccogliere finanziamenti consistenti per realizzarla, ma poi molti fallisconoLa nostra idea invece è che la startup deve produrre e dimostrare di riuscire ad andare sul mercato, i finanziamenti sono importanti ma vengono dopo. Si può partire anche senza grandi investimenti, l’importante è cominciare a fatturare e crescere nel tempo“.

Senza fare nomi, tra le righe si legge una polemica con un modo di fare startup che oggi sta mostrando la corda. E il consiglio che Davide dà a chi vuole lanciarsi in questa avventura è di “partire con la testa sulle spalle“. Detto da un 36enne fa impressione… Una buona impressione.

 

Annamaria Vicini
Annamaria Vicini

Giornalista pubblicista ho collaborato con quotidiani nazionali (L’Unità, Corriere della Sera, Il Giorno) e, dopo essermi trasferita da Milano in Brianza, con testate a carattere locale. Fulminata sulla via del web, sono passata nel 2001 a dirigere un sito Internet e una tivù a circuito chiuso nell’ambito della Grande Distribuzione. Ho realizzato house organ aziendali e mi sono occupata di Ufficio Stampa e Pubbliche Relazioni. Attualmente lavoro come free-lance e sono Digital Champion di Merate (Lc).

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