Sharing economy, che fine ha fatto il progetto di legge?

sharing economy (Veronica Tentori)

La sharing economy in Italia è un settore in grande crescita: le piattaforme collaborative hanno subito nel 2015 un balzo del +34,7% rispetto al 2014. Ma che fine ha fatto la proposta di legge di iniziativa parlamentare che tanto ha fatto discutere?

Ne parliamo con l’onorevole Veronica Tentori, prima firmataria del progetto e coordinatrice dei lavori sulla sharing economy nell’intergruppo Innovazione. Trentadue anni da compiere in questi giorni, è entrata in Parlamento con le elezioni politiche del 2013. Alle primarie del PD (di cui è una dei fondatori) nel 2012 ha preso 1.719 voti. Laureata in Architettura al Politecnico di Milano, prima di diventare deputata lavorava presso il Comune di Cinisello Balsamo da cui attualmente è in aspettativa. La politica è sempre stata la sua grande passione: militante in quella che fu la Sinistra Giovanile, poi coordinatrice dei Giovani Democratici in provincia di Lecco.

Legge-quadro: c’è ottimismo sull’approvazione alla Camera

Prima di capire a che punto siamo attualmente, ripercorriamo velocemente le tappe che hanno portato alla proposta di legge.

Si sentiva la necessità di una norma che colmasse un vuoto in questo settore, soprattutto riguardo alla definizione del campo da normare, all’autorità a cui assegnare il ruolo di regolazione delle attività e agli aspetti fiscali. Così nel settembre 2014 abbiamo organizzato un convegno alla Camera con i responsabili delle più importanti piattaforme, con professori universitari ed esponenti di istituzioni. Al convegno è seguito un lavoro di approfondimento; poi nel gennaio 2016 abbiamo depositato la proposta e a marzo l’abbiamo presentata ufficialmente. Subito dopo è partita la consultazione online, chiusasi a maggio, da cui abbiamo ricevuto utili input. La proposta è poi approdata in commissione Attività produttive, di cui faccio parte, e in quella Trasporti e telecomunicazioni, dove sono state fatte diverse audizioni con enti quali Istat, Agid, Antitrust, Garante della privacy e Agenzia delle Entrate, che ci hanno confortato circa la necessità di una regolamentazione del settore“.

Attualmente in che fase si trova la proposta di legge? Tra l’altro, nel frattempo, c’è stato anche un cambio di governo…

E’ al vaglio del Comitato ristretto, un gruppo a cui è demandato il compito di fare una sgrossatura del testo prima di aprire la proposta a eventuali emendamenti. C’è da dire che questa settimana approderà in aula una proposta delle opposizioni sull’Home Restaurant, che è un settore specifico della sharing economy. A mio avviso sarebbe più logico prima chiudere il percorso della legge- quadro e poi regolamentare i singoli settori: in ogni caso abbiamo cercato di rendere le due proposte il più possibile omogenee. Per quanto riguarda la legge-quadro mi auguro che si riesca almeno ad approvarla alla Camera: sono ottimista perché c’è una condivisione di massima tra le forze politiche. Molto però dipenderà da se e come proseguirà l’attuale legislatura“.

Sharing economy cos’è: i punti qualificanti della proposta

Anche a causa della carenza normativa, spesso si fa confusione e si attribuiscono a questo settore attività che nulla hanno a che fare. Prendiamo per esempio il caso Foodora, che tanto ha fatto discutere.

Foodora non ha niente a che vedere con la sharing economy. E’ un’attività tradizionale, la consegna di cibo a domicilio, che si avvale dell’utilizzo di una piattaforma. Per questo abbiamo ritenuto importante dare una definizione del campo da normare: per sharing economy intendiamo l’economia generata dall’allocazione ottimizzata e condivisa delle risorse di spazio, tempo, beni e servizi per il tramite di una piattaforma digitale. Altri punti qualificanti sono l’aver individuato un’autorità, l’Antitrust, per vigilare sulla tutela del consumatore e sulla concorrenza, e la semplificazione fiscale. Sotto i 10.000 euro di reddito la piattaforma agisce come sostituto d’imposta, mentre al di sopra è previsto il cumulo tra redditi. Con questa legge ci interessa soprattutto tutelare l’utente-operatore, ovvero la persona che condivide e mette a reddito un proprio bene, come per esempio una stanza o un appartamento su Airbnb. Le imprese sono già protette, questa invece è una nuova figura che può avere maggiori problemi a causa dell’incertezza normativa. La sharing economy non è solo innovazione tecnologica ma anche sociale, perché va a incidere sulla vita delle persone: questo per noi è un aspetto fondamentale“.

Sharing economy: i punti controversi della proposta

L’obbligo di iscrizione a un apposito Registro è il punto maggiormente contestato della proposta, la quale prevede che le piattaforme debbano predisporre un documento di policy da presentare all’autorità garante per poi accedere all’iscrizione al Registro.

Su questo punto si sono concentrate le critiche di chi faceva notare che nel caso delle startup l’iscrizione a un Registro nella fase iniziale potrebbe costituire una “camicia di forza”, dato che una delle caratteristiche fondamentali delle nuove imprese è quello di procedere dopo una o più fasi di testing del prodotto da lanciare sul mercato.

A mio parere, ma sottolineo che è un parere personale perché non ne abbiamo ancora discusso, l’iscrizione al registro potrebbe essere resa facoltativa, magari incentivandola con qualche agevolazione a carattere premiale. Anche a livello europeo questo è l’unico punto su cui sono state sollevate perplessità, in quanto l’iscrizione obbligatoria potrebbe costituire un ostacolo alla libertà d’impresa. Per il resto l’Europa, che finora al riguardo si è limitata a promulgare alcune linee-guida con indicazioni di massima, ha espresso parere favorevole. Diversi paesi stanno studiando la nostra proposta di legge, che è la prima a essere stata presentata in un paese dell’Unione Europea“.

Un punto che rimane aperto, e che è stato sollevato anche in sede UE, è quello della tutela dei lavoratori.

Ci siamo limitati a dare indicazioni, come la non sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato tra piattaforma e utente-operatore e quindi l’impossibilità di imporre l’obbligo dell’esclusività, per evitare distorsioni. Anche questo aspetto comunque potrebbe essere chiarito ulteriormente“.

 

Annamaria Vicini
Annamaria Vicini
Giornalista pubblicista ho collaborato con quotidiani nazionali (L'Unità, Corriere della Sera, Il Giorno) e, dopo essermi trasferita da Milano in Brianza, con testate a carattere locale. Fulminata sulla via del web, sono passata nel 2001 a dirigere un sito Internet e una tivù a circuito chiuso nell'ambito della Grande Distribuzione. Ho realizzato house organ aziendali e mi sono occupata di Ufficio Stampa e Pubbliche Relazioni. Attualmente lavoro come free-lance e sono Digital Champion di Merate (Lc).

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