Una città intelligente e slow, ma anche inclusiva.

Che cos’è una città “smart”?
Fino a qualche giorno fa a questa domanda avrei risposto: una città intelligente, veloce e tecnologica.
Oggi, dopo aver partecipato alla prima giornata di Smart City Exhibition (http://www.smartcityexhibition.it/) presso la Fiera di Bologna, ho capito che si tratta di una risposta riduttiva.

Innanzitutto la smart city è un “work in progress”, e mi perdonino gli amanti della purezza linguistica.
So che è bene evitare, quando si può, la terminologia straniera, ma in questo caso è veramente difficile, quindi i suddetti si dotino di un dizionario di Inglese e se ne facciano una ragione.
Comunque intelligente lo è di sicuro, perché il suo obiettivo fondamentale è quello di far star bene la gente, di farla vivere meglio e renderla quindi più felice.
Veloce non lo so, occorre fare dei distinguo. Se per veloce si intende non dover più fare code agli sportelli per un certificato allora sì, lo è. Ma se invece si intende che per arrivare prima io taglio la strada agli altri, beh allora forse no.

L’immigrazione come fattore di competitività

E infatti Novellara, Comune di quasi 15mila abitanti in provincia di Reggio Emilia, è una delle settanta città slow italiane (http://www.cittaslow.org/index.php?method=network&action=country&id=17.
I suoi mantra, più volte ribaditi dal primo cittadino, Raul Daoli, sono “partecipazione” e “integrazione”.
Sul suo territorio sono presenti ben 110 associazioni e l’immigrazione è vista non come un problema ma come un “fattore di competitività” perché i bambini imparano più facilmente le lingue straniere e ditemi voi se oggi il plurilinguismo non è qualcosa che offre più opportunità nel lavoro come nella vita.

Il sindaco di Novellara, Raul Daoli, durante il suo intervento.

Possiamo quindi definirla una città partecipativa e inclusiva e anche le tecnologie in questo sono molto d’aiuto: per esempio i ragazzi invece di annoiarsi e sfasciare le panchine hanno dato vita a una web radio.
E per fortuna che c’è Internet, perché nell’etere per la radio dei giovani di Novellara non c’era spazio.
La città inclusiva è quella che tiene conto dei bisogni di tutti i suoi abitanti, senza distinzioni di razza, genere o età.

No al traffico pesante, la mobilità deve essere sostenibile

Le donne, per esempio, si spostano sul territorio in modo diverso dal genere maschile.
Patrizia Malgeri, una delle relatrici della affollatissima sessione dedicata a “Smart City Genere e Inclusione”, ha spiegato che in base ad alcune ricerche “le donne si muovono prevalentemente su distanze brevi, sia per recarsi al lavoro che per accompagnare bambini e anziani o per fare la spesa. I loro orari spesso non coincidono con le cosiddette fasce “di punta” e prediligono gli spostamenti a piedi, in bicicletta o con mezzi di trasporto pubblici“.

Una parte del pubblico presente alla sessione “Smart City Genere e Inclusione”

Perché città “smart” significa anche città sostenibile dove, come ha spiegato l’assessore ai Trasporti del Comune di Bologna Andrea Colombo nel corso della sessione “Mobilità 2020: quali scenari?” “occorre redistribuire lo spazio pubblico, sottraendolo al traffico pesante per metterlo a disposizione di pedoni, ciclisti e mobilità elettrica“.

L’assessore ai Trasporti di Bologna, Andrea Colombo

Dare vita a una città “smart” significa “fare delle scelte“.
Lo ha affermato Claudio Lubatti, assessore ai Trasporti di Torino, che con la sua amministrazione insieme alla Regione Piemonte ha creato una società che si occupa di analizzare e fornire in tempo reale tutti i dati relativi alla mobilità sul territorio.
E lo ha ribadito anche il già citato sindaco di Novellara.
Quando la sottoscritta gli ha chiesto come facesse la sua Giunta a trovare i fondi necessari per realizzare tutte le iniziative illustrate, Raul Daoli ha risposto così: “Bisogna scegliere delle priorità e poi tradurle in obiettivi di bilancio. E quando qualcuno mi chiede in modo polemico perché spendiamo soldi per determinate attività, io gli faccio osservare che non spenderli ci costerebbe molto di più in termini di malattie, scarsa qualità delle relazioni, disagio sociale“.

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