Non sopporto le lacrime di coccodrillo di chi oggi si straccia le vesti per i “poveri haitiani” massacrati dal terremoto. Perché fino all’altro ieri, credetemi, di Haiti e delle sue sfortune importava veramente a pochi.
Ho visitato questo piccolo stato del Centroamerica nel 2006, grazie a un viaggio organizzato dalla onlus milanese “Dona un sorriso”. E’ stata un’esperienza incredibile, il cui ricordo non riesce a lasciarmi. Quando ieri ho appreso la notizia del disastro, il pensiero è corso subito alle persone che avevo conosciuto: a Freddy, che aveva creato un gruppo teatrale e una squadra di calcio per evitare droga ed emarginazione; a Ivrance e Johanna, ex schiave-bambine vendute a famiglie bene di Santo Domingo a cui facevano da domestiche; a Melissa, prostituta sedicenne salvata dalle grinfie dei papponi da un volontario italiano, Gianni Dal Mas, che per questo si fece alcuni giorni di galera; agli operai della Codevi, industria dominicana che lavora per i marchi Levi’s e Sara Lee e opera al di fuori di ogni regola grazie alla sua ubicazione in una zona franca. E poi i volontari, persone straordinarie che dedicano la loro vita a combattere lo sfruttamento e i pregiudizi: la venezuelana Suor Nidia, una specie di “angelo” che ho visto muoversi tra la miseria più nera e le malattie più inguaribili senza perdere mai il sorriso; ma anche molti dominicani, che hanno fondato associazioni il cui scopo è quello di tutelare i diritti fondamentali degli immigrati haitiani.
Appena sentita la notizia della tragedia, ho contattato via e-mail Gianni Dal Mas, che mi ha rassicurato circa il fatto che sono tutti vivi in quanto lontani dalla capitale e quindi dall’epicentro del sisma.
Ma dopo il dolore e la speranza, ecco la rabbia. Quando tornai dal mio viaggio, nel settembre 2006, avrei voluto trasmettere quello che avevo visto e toccato con mano. La miseria più nera (ho visto persone che vivono tra montagne di spazzatura perché dalla spazzatura traggono la loro sopravvivenza), ma anche la voglia di riscatto di tanti, la forza di lottare degli operai della Codevi che ci avevano chiesto espressamente di non lasciarli soli.
Bene, fatta eccezione per i sindacati, ho incontrato tanta indifferenza. Del resto era settembre, tutti stavano lentamente rientrando dalle loro vacanze dorate, e nessuno aveva voglia di rovinarsi gli ultimi scampoli d’estate con storie di miseria e di sofferenza.
Per questo mi danno fastidio le lacrime di coccodrillo. Anche perché, a distanza di qualche anno, la situazione non è certo migliorata. E’ sotto gli occhi di tutti che il nostro pianeta non sopporta più le conseguenze delle gravi disuaglianze che lo attanagliano e dell’illimitato sfruttamento delle risorse e dovrebbe essere diventato ormai senso comune l’urgenza di modificare in modo profondo i nostri stili di vita se non vogliamo soccombere. Ma continuiamo a ballare sul Titanic, come se niente fosse. Passata l’emozione per il terremoto, nessuno si ricorderà più di Haiti. Avanti un altro!

14 Gennaio 2010

IL DISASTRO DI HAITI E LE LACRIME DI COCCODRILLO

Non sopporto le lacrime di coccodrillo di chi oggi si straccia le vesti per i “poveri haitiani” massacrati dal terremoto. Perché fino all’altro ieri, credetemi, di […]