QUALCOSA STA CAMBIANDO

C’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria. E non parlo dell’esito delle regionali in Francia, che pure rappresenta una bella ventata di novità, ma di segnali che indicano l’inizio del declino di un modello che negli anni Ottanta era sintetizzato nello slogan “Milano da bere”. Un modello che per trent’anni ci ha illuso di essere tutti belli, ricchi e vincenti, o perlomeno di poterlo diventare, bastava volerlo. E non dico che sia cosa brutta in sè essere belli, ricchi e vincenti, ma quel modello spinto alle estreme conseguenze ha prodotto esiti disastrosi che la crisi attuale ha messo in evidenza.
Ma quali sono questi segnali? Ne ho individuati tre e, come sosteneva Agatha Christie, “tre indizi fanno una prova”.
Ebbene, cominciamo dal primo. La Disney ha lanciato un bando per il nuovo episodio della serie “Pirati dei Caraibi” in cui si cerca un’attrice “bella presenza ma con seni veri, astenersi signore con impianti”. Come dire: la vera bellezza non è quella artificiale che si ottiene con una seduta al silicone, ma quella che si conquista giorno dopo giorno.
Ed ecco il secondo: Giuseppe De Rita, intervistato dal quotidiano “La Repubblica” sul prossimo censimento Istat, afferma che tra le tendenze più interessanti da misurare oggi c’è “il ritorno al bisogno di comunità, ovvero il declino dell’individualismo”. Direttore generale del Censis, De Rita è tra coloro che hanno sempre interpretato al meglio le tendenze in atto nella società italiana. Se fa un’affermazione di questo genere, significa che le tendenze di cui parla sono già presenti, seppure in forma embrionale.
Il terzo e ultimo indizio ce lo fornisce il sociologo Giampaolo Fabris, attento studioso di tutto ciò che riguarda i consumi. Intervistato da “La Repubblica” in occasione dell’uscita del suo libro “La società post-crescita”, Fabris delinea un mutamento molto interessante in questo ambito. Bocciata l’ipotesi decrescita, a suo avviso impraticabile, il sociologo parla di un nuovo modo di consumare – che si starebbe affermando – più critico, più attento alla qualità piuttosto che alla quantità. Il consumo, insomma, viene secondo lui percepito come un “atto di identità” e in quanto tale si legherebbe a “considerazioni etiche, politiche, pubbliche”. In Italia, però, le imprese non avrebbero ancora registrato la novità, mentre all’estero, e Fabris cita l’esempio di Walmart, le imprese si fanno interpreti di questa domanda di qualità anche se non per ragioni morali ma di convenienza.
Meglio perché conviene, che per nessun motivo. Auguriamoci che anche il sistema Italia lo capisca al più presto.

Annamaria Vicini
Annamaria Vicini
Giornalista pubblicista ho collaborato con quotidiani nazionali (L'Unità, Corriere della Sera, Il Giorno) e, dopo essermi trasferita da Milano in Brianza, con testate a carattere locale. Fulminata sulla via del web, sono passata nel 2001 a dirigere un sito Internet e una tivù a circuito chiuso nell'ambito della Grande Distribuzione. Ho realizzato house organ aziendali e mi sono occupata di Ufficio Stampa e Pubbliche Relazioni. Attualmente lavoro come free-lance e sono Digital Champion di Merate (Lc).

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