Il rischio della dipendenza dai videogiochi è in agguato non solo tra i giovani ma anche tra i pensionati. L’ho scoperto ieri durante un appuntamento di lavoro. Sessantatré anni, pensionato da poco dopo una vita di lavoro frustrante, senza amicizie, (ex) amante della cultura e possessore di una ricchissima biblioteca: questo il ritratto della persona che mi stava davanti e con cui nonostante due ore trascorse insieme non sono riuscita minimamente a interagire.
Che sia questo l'”autismo informatico” di cui parlano gli psichiatri francesi Benasayag e Schmit? Già perché, udite udite, il canuto signore ha scoperto Ogame, una specie di risiko interstellare che sta appassionando migliaia (o forse milioni) di persone in tutto il mondo. Al punto che, mi ha confessato, si alza anche di notte a giocare per non perdere non so quali privilegi rispetto ai suoi competitor. In questa sua nuova passione ha coinvolto anche la moglie e così, alla sera, guardandosi teneramente negli occhi, i due piccioncini si domandano: “Caro/a, che cosa fai stasera?”. Domanda puramente retorica, perché la risposta è lì, nei due pc perennemente accesi nell’ex studio ora trasformato in sala-giochi.
“Sa – mi ha confidato lui con un’occhiata che voleva essere complice – una volta alla sera facevamo altro, ma adesso….”.
Ma come è potuto succedere che un signore così distinto e colto cadesse nella rete dei videogiocomani? Terminata la carriera lavorativa, sono venuti a mancare i rapporti con i colleghi e il signore distinto e colto, che evidentemente non ha mai coltivato altre relazioni all’infuori del luogo di lavoro, si è trovato improvvisamente solo. Ma altrettanto all’improvviso con Ogame gli si è spalancato un mondo nuovo, un mondo in cui ti sembra di aver trovato tanti amici anche se non sai nemmeno che faccia hanno e che cosa pensano, sperano, sognano.
Il signore canuto e distinto, nonostante il colpo della strega che gli blocca la schiena perché non fa nemmeno un briciolo di attività fisica, si sente anche un figo, perché uno che passa la vita giocando ai videogiochi di solito è giovane e così anche lui si illude di esserlo.
Peccato che in due ore io non sia riuscita ad aprire bocca, travolta dal suo autistico monologo. Poverino, non è abituato a parlare con persone in carne e ossa! Lui parla solo con persone virtuali, tutte lì, strette a un computer, per sentirsi meno sole.


