Quanto a innovazione digitale la scuola italiana è in ritardo di 15 anni rispetto ai paesi europei più sviluppati come la Gran Bretagna.
La notizia è di quelle che ti arrivano come un pugno nello stomaco. Soprattutto perché la fonte è una fonte ufficiale e precisamente la Direttrice Generale dei Servizi di Studi Statistici del Ministero dell’Istruzione, Letizia Melina, che riferisce gli esiti di una ricerca dell’Ocse.
Il contesto è quello del Forum della Pubblica Amministrazione, che si tiene in questi giorni a Roma.
La dottoressa Melina ha di recente assunto l’incarico e la sua è una relazione molto dettagliata.
Ovviamente elenca tutti i risultati raggiunti dal Ministero in questi anni: il Piano Nazionale Scuola Digitale del 2007; l’esame di maturità con trasmissione delle prove per via telematica (da quest’anno ci sarà anche un applicativo per agevolare il lavoro delle commissioni); le iscrizioni online per tutti gli ordini di scuola tranne quella per l’infanzia; il concorso per il personale docente con le prove gestite telematicamente e visione immediata degli esiti; l’anagrafe degli studenti, un archivio imponente che contiene i dati di 7 milioni di alunni; l’anagrafe del personale scolastico; le Lavagne Interattive Multimediali (72 mila già distribuite); le classi 2.0, in cui l’uso delle tecnologie avviene sulla base di un progetto presentato dagli istituti che ne fanno richiesta; le scuole 2.0, ovvero le scuole in cui tutte le classi sono coinvolte nell’uso delle tecnologie digitali che attualmente sono 14 istituti per un totale di 535 classi frequentate da 12.500 studenti.
Eppure qualcosa non torna. Parli con gli insegnanti e ti dicono che a scuola sì la Lim c’è, ma per il resto è ancora un affannarsi a rincorrere la Polizia postale per gli interventi sui rischi nella Rete da una parte, a cercare di convincere i genitori che non bisogna lasciare bambini e ragazzi in balia dei social network e delle playstation dall’altra.
Insegnanti delusi, perché secondo loro i genitori non si preoccupano più di tanto, convinti come sono che le tecnologie siano un passatempo come un altro, addirittura forse un antidoto contro eventuali rischi della strada quando in strada ormai i ragazzi non ci stanno più. Insegnanti sfiniti, perché gli studenti presentano sempre più problemi di disgrafia, dislessia e discalculia, brutte parole che altro non significano che non sono capaci di scrivere, leggere e far di conto.
E fai fatica a mettere insieme l’elenco della Dottoressa Melina con le frustrazioni dei docenti, o forse no, perché un uso più massiccio delle tecnologie tout court non necessariamente significa soluzione dei problemi.
E infatti la dirigente dice “no alle tecnologie distribuite a pioggia“, ma solo alle scuole che ne fanno richiesta perché hanno un’idea, un progetto. Ma anche qui qualcosa non torna, perché in realtà “la richiesta delle scuole è stata del 350%” e forse allora è un problema di finanziamenti che non ci sono ma questo la Dottoressa Melina non lo dice.
Parla invece di “accordi operativi con le Regioni“, dodici per la precisione, in base ai quali saranno stanziati 20 milioni di euro dal Ministero e 20 dalle Regioni stesse.
Quello che manca è anche un “raccoglitore”, perché ci sono molti istituti che stanno già producendo contenuti digitali ma ognuno va per la propria strada.
Ed ecco che il Ministero sta per lanciare il cloud nazionale della scuola, un’enorme nuvola che conterrà tutto quanto è stato realizzato dal basso ma anche contenuti a pagamento e i siti dei singoli istituti che oggi sono dispersi su vari server.
Ma “occorre una formazione continua dei docenti“, ammonisce la responsabile e anche l’edilizia scolastica va adeguata a una scuola che non vuole più essere verticistica e rigida ma collaborativa e flessibile.
Ce la faremo a recuperare i quindici anni che ci dividono da chi in Europa è più avanti di noi?