Lavorare con tempi e modalità flessibili per avere più tempo per sé e per la propria famiglia, ma anche per fare politica o volontariato.
E’ il sogno di tanti, un sogno che può e deve diventare realtà.
Era questo infatti il titolo del convegno (Smart working: si può e si deve) promosso dall’Osservatorio del Politecnico di Milano (http://www.osservatori.net/home) e che ha visto ieri un pubblico numeroso affollare una delle aule del campus di via Durando.
Molti i dati forniti dai relatori, grazie a una Ricerca effettuata attraverso questionari online e interviste di approfondimento a differenti interlocutori aziendali appartenenti a più di 200 realtà pubbliche e private e i cui risultati sono stati poi validati attraverso l’organizzazione di tre workshop. A queste attività si è affiancata un’indagine, realizzata in collaborazione con Doxa, che ha coinvolto 1.000 professional allo scopo di rilevare le modalità di lavoro delle persone, i loro bisogni e aspettative in relazione al cambiamento dei modelli di lavoro tradizionali.
Alcuni relatori del convegno: Mariano Corso (in piedi), Fiorella Crespi, Umberto Bertelè, Guido Argieri
Nel Regno Unito è una realtà consolidata
Lo smart working, che è già una realtà consolidata nel Regno Unito dove una recente normativa estende a tutti i lavoratori il diritto di richiedere la possibilità di lavorare al di fuori dalla sede aziendale, si può fare anche in Italia. Anzi, in molte imprese, si sta già facendo.
Il 59% del campione ha già attuato iniziative in tal senso: si parte in genere dall’introduzione di nuove tecnologiee strumenti che supportano la collaborazione tra colleghi, la socialità e l’accessibilità delle informazioni, mentre con più difficoltà si introducono nuove modalità organizzative (45%) e iniziative di formazione per il management (50%).
All’interno delle modalità di organizzazione, poi, risulta più diffusa la flessibilità di orario (attuata dalla metà delle imprese-campione), mentre è meno praticata quella relativa al luogo di lavoro.
Più benessere e un miglior clima aziendale
Ma perché un’azienda dovrebbe sobbarcarsi quello che Mariano Corso, responsabile scientifico della Ricerca, ha definito “un cambiamento profondo che richiede più attori, un percorso che richiede tempo e non ammette scorciatoie“?
Per il benessere delle persone (71%) e per instaurare un miglior clima aziendale (45%), ma anche perché lavorare in modo “agile” fa aumentare la produttività (56%) e la motivazione dei lavoratori (53%), hanno risposto gli intervistati.
E’ toccato all’assessora del Comune di Milano, Chiara Bisconti, dare carne e sangue alla lunga serie di numeri illustrata da Fiorella Crespi (responsabile della Ricerca) e da Guido Argieri (Doxa).
In un intervento molto appassionato e coinvolgente l’assessora, che ricopre varie deleghe tra cui quelle al Benessere e alla Qualità della vita, ha descritto la giornata-tipo di un lavoratore “smart”.
A partire dall’esperienza della Giornata sul lavoro agile 2014, che ha dimostrato come in media si possano risparmiare quasi due ore di tempo e 28 chilometri di percorrenza casa-lavoro al giorno, ha disegnato il ritratto di un padre che riesce a stare con i propri figli, fare sport e volontariato, vivere la vita del quartiere, lavorando anche 9 ore in parte presso il proprio domicilio e in parte in un luogo dedicato al coworking.
Per rafforzare la convinzione che non di utopia ma di realtà si tratta, il convegno si è concluso con l’assegnazione degli Smart Working Awards alle migliori imprese che già attuano queste best practices.
Tra i sette finalisti sono risultati vincitori per questa terza edizione la Provincia di Trento con il progetto TelePAT e l’American Express con il progetto Blue Work.
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