“Vicky Cristina Barcelona” di Woody Allen è un film che fa discutere. E giocare, il che in tempi di “passioni tristi” non fa certo male. Racconta l’impossibilità di una relazione d’amore felice, sia che si tratti di una coppia tradizionale, sia che ci si lanci in rapporti multipli, quello che negli Anni Settanta si chiamava “coppia aperta”. Solo la solitudine è possibile, che sia evidente – il bello e affascinate Bardem resta solo nonostante sia amato da tre donne – o nascosta, come nella coppia di mezza età che ospita a Barcellona le studentesse americane Vicky e Cristina.
Il film, nonostante l’apparente leggerezza, è complesso e, come dicevo, stimola la discussione. Ne parlavo quindi l’altro giorno a pranzo con alcuni colleghi con cui si cercava di capire il motivo se non dell’impossibilità quantomeno della difficoltà a vivere oggi relazioni soddisfacenti.
Un collega di una trentina d’anni ha fatto una riflessione a mio avviso interessante.
“Oggi – ha commentato – grazie ai telefoni cellulari ci si sente spesso nel corso della giornata e ci si racconta tutto in tempo reale. Alla sera, quando ci si ritrova a casa, non si ha più niente da dirsi. E inventarsi sempre cose nuove non è facile”. Anche perché, aggiungo io, il lavoro assorbe gran parte del nostro tempo e delle nostre energie.
Il pensiero del collega mi ha fatto riflettere: che il segreto di una relazione amorosa appagante stia nel mantenere la giusta distanza? E se questo segreto fosse valido per qualunque relazione d’amore, compresa quella tra genitori e figli?
Ah, dimenticavo il gioco. All’uscita dal cinema è venuto spontaneo a me e all’amica con cui ho condiviso la visione del film di fare una specie di gioco dell’identità: a chi ti senti di assomigliare di più, alla disinibita Cristina, all’intellettuale Vicky o alla passionale fino al borderline Maria Helena? Non vi dirò la mia risposta. Cominciamo a mantenere un po’ le distanze!



2 Comments
Non si dovrebbe avere un poco di attenzione per proteggerla da orecchie indiscrete?”.
Penso proprio di si! Ritorniamo all’ormai accesissimo dibattito sulle società definite ” moderne”, il ” first world “, dove tutto scorre in primo piano, dove le finte emozioni diventano il centro di interminabili ed inutili confroti. Che mi fa rabbia è che oggi qualcuno pensa che abbiamo bisogno di essere continuamente provocati emozionalmente per sentirci bene, dite che siamo forse troppo insicuri?
Io credo di no, io credo che non diamo più il giusto peso alle parole, ci dimenticiamo troppo facilmente delle cose dette in modo sincero, del resto lo stesso Brecht sosteneva che ” La fragilià della memoria dà forza agli uomini “.
Caro Anonimo, hai centrato pienamente quando parli di emozioni. Ci sono quelle finte, a uso audience, e quelle vere e queste ultime a mio parere sono importanti. Usando una metafora sono un po’ il “sale della vita”. Tanto è vero che quelli a cui mancano le emozioni vere vanno a cercare quelle false nei reality o nelle droghe di vario genere. Il problema delle emozioni vere è saperle gestire e non farsi travolgere, cosa non sempre facile!