Coder Dojo: da consumatori a protagonisti.

Da consumatori a protagonisti nell’uso delle tecnologie: è con questo obiettivo pedagogico che i mentor di Coder  Dojo insegnano a bambini e ragazzi a programmare.  
Perché, sostiene la pedagogista Barbara Laura Alaimo, fondatrice con il marito Angelo Sala di Coder Dojo Milano , “imparare a programmare un videogioco stimola altre abilità come essere creativi, acquisire la capacità di problem solving, essere flessibili e collaborativi, ma soprattutto accettare l’errore senza abbattersi perché l’importante non è non sbagliare ma riprovare finché si raggiunge lo scopo“.

E infatti il nome Coder Dojo significa “palestra per programmatori”.

In Giappone il “dojo” è il luogo dove si imparano le arti marziali; nell’antichità la “palaìstra” o “palaestra” era il luogo dove ci si allenava per la lotta.
Ma cosa c’entra la programmazione, attività notoriamente sedentaria, con le arti marziali o la lotta greco-romana?

“Saper programmare sarà sempre più indispensabile”.

In futuro saper programmare sarà una competenza indispensabile per muoversi nel mondo del lavoro e non solo“, afferma con convinzione Alaimo.
Meglio quindi imparare fin da piccoli.
Le attività di questo movimento, nato in Irlanda nel 2011 e oggi presente in 27 Paesi, si rivolgono infatti a bambini e ragazzi dai 7 ai 17 anni.

I genitori possono assistere ma non devono intervenireA frequentarle sono solitamente più maschi che femmine, per un antico pregiudizio che ritiene questo genere di competenze più adatte al genere maschile, mentre si è dimostrato che a volte sono le bambine a rivelare un maggior senso logico. In genere si lavora in coppia e a ogni coppia viene affidata una “mission”: salvare Tokio da un’onda anomala o imparare l’arte del riciclo, per esempio. Utilizzando linguaggi semplici come Scratch o più complessi come Html, Css, Java script e Python, i bambini imparano divertendosi e spesso lasciano sulla pagina Facebook pensieri affettuosi e riconoscenti per i mentor che li hanno assistiti.

Alle sessioni ci si iscrive online e si arriva accompagnati da un genitore. A quest’ultimo però è fatto assoluto divieto anche solo di toccare la tastiera.
Spesso le mamme e i papà ne approfittano per rivelare i loro dubbi e le loro ansie rispetto all’utilizzo delle tecnologie da parte dei figli.

Assurdo vietarne l’uso – sostiene la pedagogista che a sua volta è mamma di tre figli di 5, 10 e 12 anni –  I genitori pensano di assolvere il loro compito con una serie di divieti, ma è sbagliato. Quello che si deve fare è affrontare ogni giorno insieme tutto ciò che si vive: è come quando si insegna a camminare e si sta al loro fianco, accompagnandoli nell’impresa. Il problema è che molti adulti non conoscono il mondo delle tecnologie, ma ci si può informare. Imparando a conoscere gli strumenti si può stare al passo, senza rinunciare al proprio ruolo“.

 

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