I videogiochi devono educare?

September12th consiste nel colpire più terroristi possibile.

Confesso di non saperne molto di videogiochi.
Ma so per certo che c’è una fascia, quella dei preadolescenti, che ne fa un uso massiccio. E altrettanto per certo so che gli adulti (tranne quelli che ci giocano, ma credo siano una minoranza) non ne conoscono e non ne parlano abbastanza.
Per questo motivo ero andata a sentire durante il Wired Next Fest l’intervento di Marco Mazzaglia, manager della Milestone, impresa italiana di sviluppo di videogiochi per console e pc .

Mi aveva colpito soprattutto la presentazione del serious game September 12th, di cui è stata data dimostrazione diretta con la partecipazione di un bambino e di un adulto pescati a caso tra il pubblico numeroso presente in sala.
Il gioco consiste nel colpire dei terroristi allo scopo di eliminarli. Se ho ben capito l’elemento fondamentale che contraddistingue un “serious game” è il contenuto: in questo caso il contenuto era dato dal fatto che, più terroristi venivano eliminati, più ne nascevano di nuovi. Insomma, “violenza chiama violenza”, potrebbe essere il messaggio che il game intende veicolare.
Il sottofondo dei lamenti delle madri dei terroristi colpiti avrebbe dovuto farlo intuire.
Sinceramente non so quanti l’avessero capito, prima che Mazzaglia fornisse la spiegazione.

Guitar Hero viene utilizzato per la riabilitazione dopo un ictus o un trauma.

Sono uscita con un sacco di interrogativi che ancora mi frullano per la testa: i videogiochi devono educare? O non devono limitarsi a far divertire?
E se invece potessero essere sfruttati per acquisire/allenare abilità?
Come Guitar Hero, un game che simula l’uso di una chitarra elettrica e che, secondo quanto riferito da Mazzaglia, è stato utilizzato anche per la riabilitazione da post-ictus e post-trauma cranico.
Non ne so molto di videogiochi, vorrei saperne di più. Vorrei che i genitori e gli insegnanti di preadolescenti ne sapessero di più e non si limitassero a dire ai propri figli/alunni “basta, smettila di giocare, devi studiare!“, restando quasi sempre inascoltati.
Non ne so molto di videogiochi. Ma così, a intuito, preferisco quelli che aiutano a sviluppare potenzialità, piuttosto che quelli che si sforzano di educare (ma ci riusciranno poi?).

Annamaria Vicini
Annamaria Vicini
Giornalista pubblicista ho collaborato con quotidiani nazionali (L'Unità, Corriere della Sera, Il Giorno) e, dopo essermi trasferita da Milano in Brianza, con testate a carattere locale. Fulminata sulla via del web, sono passata nel 2001 a dirigere un sito Internet e una tivù a circuito chiuso nell'ambito della Grande Distribuzione. Ho realizzato house organ aziendali e mi sono occupata di Ufficio Stampa e Pubbliche Relazioni. Attualmente lavoro come free-lance e sono Digital Champion di Merate (Lc).

2 Comments

  1. Lokee ha detto:

    L’argomento è ovviamente complesso. Ci ripromettiamo di riprenderlo ed approfondirlo anche sul nostro sito.

  2. Annamaria Vicini ha detto:

    Il vostro (buon) proposito non può che farmi piacere 🙂
    Come ho scritto nel post di videogiochi si parla troppo poco…

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