SORPRESA, LA SOLIDARIETA’ TORNA DI MODA E INTERNET LE DA’ UNA MANO

La solidarietà torna di moda, dopo essere finita in soffitta per circa trent’anni. Lo dice un sondaggio realizzato da Demos-Coop su un campione rappresentativo di popolazione italiana e pubblicato sul quotidiano La Repubblica il 18 luglio scorso, che ha voluto sondare quali siano oggi le parole considerate più significative e di successo. Il termine, tradizionalmente considerato di sinistra e quindi archiviato con tutto ciò che ha fatto parte di una cultura ritenuta fuori moda a partire dagli anni Ottanta, quelli della “Milano da bere” per intenderci,  ottiene il primo posto in classifica con l’82,7% delle preferenze, seguito dalle parole “Merito” (77,6%), Energia pulita (77,2%), Bene comune (76,1%), e Internet (71,7%).
Non è un caso a mio avviso se, sia pur distanziati di qualche posto, Solidarietà e Internet siano due termini entrambi compresi nella top ten. Solidarietà evoca lo spirito di gruppo in contrapposizione alla pratica dell’individualismo (termine quest’ultimo finito tra le parole out, secondo l’indagine in questione), presuppone l’agire insieme in vista di un obiettivo comune. Tutti elementi che rimandano al concetto di “open source”, ovvero alla battaglia condotta da gruppi inizialmente minoritari contro i giganti della Rete, Microsoft in testa, che nascondono i “codici sorgente” dei programmi per averne l’esclusiva. Rendere noti i propri “codici sorgente” significa dare la possibilità a chiunque di poter partecipare alla costruzione del software, significa credere che tante teste sono meglio di una, parafrasando una nota pubblicità di gelati. Significa credere nella collaborazione tra diversi, nella superiorità (quanto a efficacia) del collettivo sull’individuale.
Una filosofia che non caratterizza solo i sistemi operativi aperti come l’ormai diffusissimo Linux, ma che sta alla base anche del progetto della più famosa enciclopedia online, Wikipedia.
Collaborazione non significa anarchia. Confesso di aver nutrito inizialmente molta diffidenza nei confronti della creatura di Jimmy Wales. Come si fa a fidarsi di qualcosa a cui chiunque può mettere mano? E chi mi garantisce che quel chiunque sia sufficientemente preparato per fornire notizie sufficientemente affidabili?
Dubbi che ho superato dopo aver conosciuto i meccanismi che stanno alla base del progetto e le regole a cui i collaboratori devono attenersi. Il che non significa ovviamente che tutto ciò che sta scritto in Wikipedia sia da prendersi per oro colato (anche se questo purtroppo spesso succede), ma che l’enciclopedia online è una fonte a cui attingere con le stesse precauzioni d’uso richieste da qualsiasi altra fonte.
Attenzione, però. Tutto ciò non deve farci credere che sia in atto una rivoluzione destinata a sovvertire in breve tempo la società del consumismo e dell’individualismo. La strada si prospetta lunga  e irta di insidie, come la cronaca quotidianamente ci conferma. Si tratta di una tendenza in atto che, come suggerisce Ilvo Diamanti nel suo commento ai risultati dell’indagine, necessita di “attori capaci” non solo di pronunciare queste parole in modo credibile ma soprattutto di tradurle in pratica con atti concreti.

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Annamaria Vicini
Annamaria Vicini
Giornalista pubblicista ho collaborato con quotidiani nazionali (L'Unità, Corriere della Sera, Il Giorno) e, dopo essermi trasferita da Milano in Brianza, con testate a carattere locale. Fulminata sulla via del web, sono passata nel 2001 a dirigere un sito Internet e una tivù a circuito chiuso nell'ambito della Grande Distribuzione. Ho realizzato house organ aziendali e mi sono occupata di Ufficio Stampa e Pubbliche Relazioni. Attualmente lavoro come free-lance e sono Digital Champion di Merate (Lc).

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