Vivere all’estero: master o stage, purché sia in un Paese straniero.
Per avere più possibilità di trovare un lavoro, dopo la laurea è meglio un master o un’esperienza lavorativa in un Paese straniero? E’ la domanda che tanti giovani si pongono, indecisi se investire in un corso ad alta specializzazione in Italia o espatriare per avere più chances professionali una volta rientrati in patria.
“Il mio consiglio è di fare un master, ma all’estero“: la risposta, solo apparentemente salomonica, è di Francesca Prandstraller, docente dell’area Organizzazione e Personale della SDA Bocconi che in alternativa suggerisce anche un anno sabbatico tra la fine della triennale e l’inizio del biennio di specializzazione. Ovviamente, da trascorrere viaggiando o facendo stages in qualche Paese straniero.
“Non c’è niente che metta più alla prova di un espatrio”, è la sua certezza, corroborata anche dall’esperienza personale. Per seguire il marito che aveva dovuto trasferirsi per lavoro negli Stati Uniti ha vissuto tre anni a Washington Dc. “Un’esperienza intensa e bella ma anche faticosa e che ha richiesto tante energie“, ha scritto nella prefazione del libro che poi ha pubblicato (Vivere all’estero, edizioni EGEA) e in cui analizza l’esperienza dell’espatrio da un punto di vista insolito: quello dei “costi” emotivi, perché inserirsi in una cultura “altra” può essere anche molto difficile e comportare problemi imprevisti.
“I giovani sono avvantaggiati perché hanno una maggiore flessibilità, però ci sono altri fattori che possono rendere l’esperienza più o meno difficile – spiega la docente – Uno di questi è la personalità: più è estroversa e dotata di apertura mentale e più facile sarà l’integrazione. Da non sottovalutare poi la distanza tra la cultura d’origine e quella del Paese in cui si risiede: più la differenza è grande, più difficile l’adattamento. Sicuramente è agevolato chi espatria avendo alle spalle un’organizzazione su cui può contare, non solo per le pratiche burocratiche ma anche come elemento di sostegno e di protezione“.
Per superare i problemi di adattamento conoscere prima la cultura del Paese ospite.
In ogni caso è indispensabile partire con una buona preparazione. Da questo punto di vista non mancano sul mercato gli strumenti per acquisire conoscenze: tra questi, il libro della professoressa Prandstraller che, a proposito di culture diverse, offre una serie di “mappe” attraverso cui operare delle classificazioni.
La parola-chiave è consapevolezza: essere coscienti di ciò a cui si va incontro, sapendo anche che la permanenza in un Paese straniero attraversa diverse fasi: da una prima fase caratterizzata dall’entusiasmo per la nuova esperienza, generalmente si passa poi a una fase successiva segnata dallo sviluppo di sentimenti negativi. Quest’ultima, però, può risolversi nel momento in cui si riescono a stabilire nuove relazioni in loco.
Vivere all’estero dove? Australia e Barcellona “miti” da sfatare.
Riguardo alla scelta della destinazione, ci sono da sfatare alcuni miti.
Recentemente si sono letti diversi réportages sull’Australia, una méta molto gettonata tra i giovani, dove tuttavia sarebbero emersi elementi di sfruttamento soprattutto per chi va a fare lavoro stagionale nelle farms.
Secondo l’autrice di Vivere all’estero un altro mito da sfatare è quello di Barcellona in Spagna, città considerata molto cool ma in cui sarebbe difficile riuscire a integrarsi trattandosi di una società molto chiusa e poco incline all’inclusività.
“Attenzione al city marketing, che è del tutto legittimo ma può trarre in inganno – è il suo avvertimento – E poi diffidare dell’innamoramento da vacanza: un luogo dove si sta bene quando si va in ferie non è detto che sia anche il posto ideale per viverci“.




