Espatriare a Berlino grazie a una borsa di studio.
Sara Omassi e Salvatore Carbone sono una coppia e sono entrambi architetti.
Dallo scorso mese di novembre vivono a Berlino dove sono approdati grazie a una borsa di studio di 6 mesi della Fondazione Daad per una ricerca sugli usi temporanei degli spazi pubblici.
Quando sono partiti non avevano intenzione di andare a vivere a Berlino. Invece allo scadere del finanziamento hanno deciso di rimanere nella città tedesca per imparare la lingua. Da qui, grazie a internet, possono continuare a lavorare anche per committenti italiani, in prevalenza amministrazioni pubbliche locali sia del nord che del sud Italia.
“Abbiamo la fortuna di lavorare con persone intraprendenti, che non hanno problemi a fare conference call su Skype – spiega Salvatore, intervistato proprio via Skype insieme alla sua collega e compagna Sara – E stiamo parlando di Giunte comunali!“.
Sara, bresciana di 33 anni, e Salvatore, trentenne della provincia di Caserta, sono liberi professionisti.
La loro ricerca, che è diventata anche tesi di dottorato di Salvatore presso l’università Federico II di Napoli, ha vinto il bando indetto dalla fondazione berlinese e così sono volati in Germania.
“Berlino è città pioniera per l’uso temporaneo degli spazi pubblici – spiega il giovane architetto – Dopo la caduta del muro i cittadini si sono auto-organizzati per riappropriarsi di alcuni spazi. Questo ha favorito la ricomposizione della sfera pubblica dopo un periodo di disgregazione“.
Trasferirsi a Berlino perché è più facile fare carriera
Uno dei motivi, non l’unico, per cui hanno deciso di rimanere dopo il termine della borsa di studio è perché è più facile lavorare a Berlino e soprattutto avere prospettive di carriera interessanti.
“In Italia c’è molta concorrenza e poi spesso si pretende che lavori gratis – racconta Salvatore – Per esempio a Napoli il professore di cui ero assistente mi aveva proposto come coordinatore di un corso integrativo, ma per questioni burocratiche la mia situazione di dottorando non era compatibile con una posizione retribuita. A Berlino invece anche chi sta facendo un dottorato può avere un contratto. In Italia c’è troppa diffidenza verso i giovani, visti solo come persone senza esperienza e non come portatori di idee ed energie nuove“.
Ma attenzione: fare carriera non significa lavorare 12 ore al giorno, come purtroppo spesso capita ai giovani professionisti di casa nostra!
“Quello che mi ha colpito è che qui si dà importanza anche alla vita oltre al lavoro – racconta Sara – Si lavora il giusto, ma poi si fa anche altro. E infatti alla domenica i negozi e i supermercati sono chiusi“.
Trasferirsi a Berlino perché la vita costa meno
Se le retribuzioni non sono elevatissime (il minimo contrattuale è di 8,50 euro all’ora) il costo della vita è decisamente molto basso in confronto a quello delle città italiane.
Un affitto in condivisione nel centro di Berlino costa dai 300 ai 400 euro, ma può scendere a 250 in quartieri più periferici. Una birra al bar costa 2,50 euro, per i mezzi pubblici si spendono 80 euro al mese ma si può viaggiare come e quanto si vuole (il venerdì e il sabato poi sono in funzione 24 ore su 24). Senza contare che Berlino è città amica dei ciclisti e ci sono piste ciclabili ovunque.
“E poi ci sono molte altre facilitazioni – aggiunge Sara – Intanto l’Università è totalmente gratuita anche per gli stranieri e la qualità della formazione è altissima. Così come ci sono sovvenzioni per l’assicurazione sanitaria e contributi per la casa per chi non lavora o guadagna in modo insufficiente. Insomma è una vita molto più dignitosa e ci si possono permettere anche svaghi e intrattenimenti di vario genere“.
Trasferirsi a Berlino perché è una città sicura
Dimenticate Colonia e gli stupri di massa. Berlino è una città sicura, sostengono Sara e Salvatore, “non solo perché è completamente videosorvegliata ma anche perché la polizia, spesso in borghese, è molto presente e in caso di necessità interviene in modo rapido ed efficiente”.
Qui gli immigrati, grazie al tipo di accoglienza loro riservata, sono perfettamente integrati.
“Non ci sono grandi centri di raccolta come da noi in Italia, ma l’accoglienza è presso strutture locali di dimensioni più ridotte e con condizioni più umane – spiega Salvatore – Stiamo facendo un corso di tedesco e abbiamo molti compagni immigrati (per loro il corso è gratuito), tocchiamo con mano come si sono integrati bene. E’ così che un immigrato diventa cittadino“.
Forse il fatto di essere in coppia rende più facile trasferirsi all’estero?
“Ci ha facilitato nel dividere le spese – è il commento pragmatico di Sara – Ma qui è semplice stringere relazioni, basta saper parlare inglese e puoi conoscere gente di ogni parte del mondo“.
“Confesso che io mi affeziono molto alle persone, per me è importante che Sara sia qui con me – ammette Salvatore – Però confermo che la socializzazione qui non è un problema, anzi a volte si è sommersi letteralmente dalle occasioni in cui fare nuove conoscenze“.
Dispiaciuti di non esserci stati per il Salone del Mobile e la Milano Design Week, che nei giorni scorsi hanno riempito la metropoli milanese anche di stranieri?
La risposta è negativa per entrambi. Ma, promettono, verranno in Italia sicuramente per la Biennale di Architettura che quest’anno vede curatori d’eccezione come il cileno Alejandro Aravena.




