E’ una figura molto ricercata sia in Italia che all’estero.
Sembrano l’araba fenice. Quella cosa che tutti cercano e nessuno trova. Le statistiche parlano di circa 900.000 posti di lavoro in Europa nel comparto Ict destinati a rimanere scoperti da qui al 2020 se non si colmerà il gap attuale tra formazione e competenze professionali realmente spendibili.
Ma com’è il lavoro del programmatore? Ed è davvero così facile trovare un’occupazione in questo settore?
Abbiamo intervistato alcuni programmatori. E le loro storie sono così interessanti da meritare di essere raccontate una per una. Cominciamo con Gabriele Proni, 25 anni, di Roma, laurea in Ingegneria informatica.
“La mia esperienza universitaria a Roma 3 è stata ottima, ma se non affianchi la formazione teorica con l’esperienza pratica non riesci a essere produttivo. Io per fortuna subito dopo il diploma avevo aperto una società di consulenza per piccole e medie imprese, avevo 18 anni. Poi con altri due soci ho fondato una startup.”
Al lavoro dipendente spesso si preferisce quello da libero professionista.
“Fare l’imprenditore è nella mia indole, ma è stata anche una scelta. Ho fatto uno stage in azienda e ho avuto tra i miei clienti anche grandi imprese del settore ma ho capito che se lavori per loro come dipendente rischi di doverti occupare solo di piccoli segmenti di un progetto senza avere mai l’idea completa di quello a cui stai lavorando e senza partecipare alle decisioni circa l’evoluzione del prodotto. Così, dopo diversi colloqui di selezione, ho preferito lasciar perdere. Non ho ripensamenti, nonostante riceva spesso offerte di lavoro.”
La startup di cui Gabriele è cofondatore con altri 3 soci e che si chiama Voverc produce e commercializza un software che fornisce alle aziende un numero fisso telefonico con cui si può interagire da qualsiasi device, sia fisso che mobile. Proprio di recente è stato fatto un aumento di capitale da 400.000 euro.
“Lavorare in una startup è molto faticoso, ma più stimolante perché devi tradurre un’idea di business a livello tecnico. Le soddisfazioni sono tante, il riscontro del mercato c’è. Se lavori come dipendente riesci a guadagnare davvero bene solo se sei molto bravo, ma se sei appena uscito dall’Università e vieni assunto come junior ti devi accontentare di veramente poco”.
Cerchiamo programmatori ma non riusciamo a trovarli.
“Attualmente il nostro team è composto da 9 persone, di cui 2 programmatori. Vorremmo ampliarlo, ma stiamo cercando da giugno e non troviamo le persone adatte. Come startup andiamo alla velocità della luce, non abbiamo tempo di formare le persone né di fare affiancamento. E trovare programmatori esperti e in grado di lavorare autonomamente è difficile. Molti di quelli bravi vanno all’estero, perché pagano meglio. Se in Italia guadagni 25.000 euro, a Londra ne guadagni il doppio. Ancora di più negli Stati Uniti, dove oltre allo stipendio hai anche le stock options. Alcune aziende qui in Italia l’hanno capito e vanno a cercare le figure che servono nelle Università, sei mesi prima che si laureino. Prima che capiscano e facciano le valigie”.





2 Comments
I professionisti ci sono, e sono tanti. Sono le aziende che vogliono il professionista senior (loro compresi per come si legge sull’articolo) ma lo vogliono pagare poco e nulla. Basta leggere qualsiasi offerta di lavoro dove è riportato il range del compenso della offerta di lavoro: nella maggiorparte dei casi sono 800-1000€ al mese! Lordi. Con tutto il rispetto per le signore delle pulizie, la signora che fa questo lavoro nel mio palazzo prende NETTO +1000€, con 13ma, 14ma e malattia.
E’ come l’onda delle startup: oggi uno si sveglia e fonda la sua startup perché gli è venuta la grandissima idea rivoluzionaria. Ovviamente non ce la puo’ fare da solo, quindi cerca chi gliela realizzi ma senza pagarlo: questa persona deve credere nel progetto e lavorare a gratis, 18 ore al giorno nella speranza che prima o poi l’idea sia veramente valida altrimenti…. be’, lavorare a gratis ha il suo ritorno no ???
M.
E infatti non è un caso se molti giovani preparati se ne vanno all’estero, una grave perdita per il nostro Paese delle cui conseguenze c’è ancora troppo poca consapevolezza.