L’Università era più dura, oggi programmi più leggeri.
Programmatore ex libero professionista, da poco lavoratore dipendente. La scelta di Gabriele Biondo, 45 anni, nato a Firenze e attualmente residente a Losanna (Svizzera) non è stata facile.
“Ho sempre lavorato in proprio, ma mi si è presentata una bella occasione e non me la sono lasciata sfuggire“, dice. Laureato in Scienze dell’Informazione a Cesena, ha girato il mondo prima di approdare al di là delle Alpi.
Sulla formazione universitaria attuale il suo giudizio non è molto tenero.
“Vengo dalla vecchia scuola, quando al posto di Windows c’era Unix e non si parlava di Internet ma di Ethernet. L’Università che ho fatto io era molto dura, si studiava tanta matematica. Oggi mi sembra che si sia alleggerita nei programmi, la qualità si è abbassata. C’è da dire però che l’offerta è più ampia“.
Attualmente la matematica la studia per piacere più che per dovere frequentando un master, mentre ha abbandonato gli studi di criminologia anche se più affini a quello di cui si occupa per lavoro. Da circa 15 anni, infatti, lavora nel settore della sicurezza informatica.
In Italia siamo troppo indietro, meglio andare all’estero.
“Ci sono problematiche che negli altri Paesi hanno già risolto da anni, in Italia arriviamo sempre in ritardo. Le aziende non capiscono che i dati sono parte del capitale e quindi vanno protetti seriamente, non basta un semplice antivirus. E’ come avere l’antifurto in casa: va bene, ma se poi lasci aperte le finestre… I budget sono limitati e i tempi troppo stretti: così si trascura quello che non è immediatamente funzionale al prodotto. E’ un vero peccato, perché noi italiani come professionisti abbiamo molto da dare“.
Per non parlare del mercato del lavoro che Gabriele definisce “stantio e poco meritocratico”, con annunci di ricerca di personale fasulli che spesso vengono pubblicati “solo per vedere che cosa c’è in giro“.
Insomma, la scelta di andare all’estero per un programmatore sembra essere quasi obbligata. Lui è stato in Olanda, in Inghilterra e infine in Svizzera, dove sembra aver messo radici.
“Vivere all’estero è difficile, all’inizio lo scontro culturale pesa. Preferisco le tagliatelle al fish and chips! Ma le aziende straniere credono ancora nell’investimento sul capitale umano al punto che ti pagano i corsi di formazione“.
Alla domanda se consiglierebbe a un giovane di intraprendere la professione di programmatore la risposta è inizialmente negativa (“Meglio usare il pc per divertirsi“). Ma subito dopo arriva quella più seria e meditata: “Se è la tua passione, allora fallo. Ma sappi che dovrai scendere a patti con un mondo del lavoro che non corrisponde mai a quello che ti eri immaginato quando studiavi all’Università“.




